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venerdì 31 ottobre 2008
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giovedì 23 ottobre 2008
Tictv : una nuova tv su internet
Consigli di lettura _ "Storie di primogeniti e figli unici" di Francesco Piccolo
Storie di primogeniti e figli unici - Francesco Piccolo -
di Antonella Lattanzi (pubblicato su Kultunderground qui)

Sto per parlarvi di un libro tutt’altro che recente, pubblicato per la prima volta dalla Feltrinelli nel 1996, collana “I Canguri”, ripubblicato nel ‘98 nell’“Universale Economica”, e quindi nel ’99, in seconda edizione, nella stessa collana. Si tratta, quindi, di un libro che risale a dieci anni fa, verosimilmente il primo libro di narrativa di Francesco Piccolo. Perché?
Perché non sto parlando, per esempio, de Il tempo imperfetto [i] , o di Allegro occidentale [ii] , libri dello stesso autore, della stessa casa editrice, ma molto più recenti? Forse perché sono una nostalgica?
No. O forse sì, anche. Ma non è questo il motivo principale.
Sto parlando di questo libro, e non di un altro, perché Storie di primogeniti e figli unici non sia dimenticato. Perché questa piccola raccolta di racconti è un tesoro, e come tutti i tesori letterari non finisce mai. Perché potrei parlare degli altri libri di Piccolo, uno più bello dell’altro, ma lo farò una prossima volta. In questa sede, infatti, mi sembra più giusto cominciare dall’inizio. Dal primo racconto apparso in raccolta, della prima, riuscitissima, prova letteraria di Francesco Piccolo.
A proposito, scrive Domenico Starnone in quarta di copertina:
Francesco Piccolo è uno che, per vedere ben oltre il proprio naso, il naso se lo guarda e se lo tasta con comica volontà esplorativa… Il metodo di questo giovane cantastorie, insomma, è partire dal naso per imparare a vedere il più lontano possibile.
Come ci racconta lo stesso Piccolo [iii] , Starnone è un po’ il suo padre letterario, poichè è stato proprio grazie a un’intervista che lo scrittore di Labilità ha rilasciato a questo bravissimo autore casertano, quando quest’ultimo lavorava per la minimum fax – anzi insieme alla minimum fax, di cui era redattore –, è stato proprio grazie all’incoraggiamento di Starnone, che Piccolo ha cominciato la sua carriera di scrittore.
Un giorno, Starnone ha letto un racconto di Piccolo, gli è piaciuto, e poi ne ha letto un altro, e lo ha trovato ancora più bello. Allora, gli ha detto, Ma lo sai che sei proprio bravo?.
E così è cominciato tutto.
Eppure, io sono convinta che Starnone non abbia stilato un giudizio favorevole al libro di Piccolo perché lo conosceva. E ne sono convinta sia perché conosco l’estrema professionalità, serietà, e in alcuni casi severità (ma severità competente, mi viene da dire) di Domenico Starnone, sia perché la critica dello scrittore di Ex Cattedra a questa raccolta è quanto di più calzante si potesse esprimere.
In effetti, Piccolo guarda molto più lontano di noi. Guarda più in fondo, con più proprietà. E anche con molta più curiosità ed entusiasmo. È come un monaco shaolin che, fracassando un mattone con la mano, si concentri così tanto da non provare alcun dolore. È come un medico di frontiera, che metta a repentaglio la propria stessa vita per salvare quella degli altri. È come un ricercatore meticoloso e preparato, che guardi oltre le solite convenzioni e le consuete limitazioni, e scopra, per esempio, un nuovo sito archeologico laddove avevano cercato in molti. È come uno studioso di Alessandro Manzoni che oggi, a quasi duecento anni dalla prima pubblicazione dei Promessi Sposi, abbia ancora il coraggio di scoprire, nella figura del narratore di questa meravigliosa storia, due diversi sguardi, due voci ben distinte – quella dell’editore-narratore, e quella del Manzoni stesso.
Dal punto di vista linguistico, è come se Piccolo scrivesse, per la prima volta nella storia, il tavolo è sotto il telefono, e non il contrario, come fanno tutte le lingue del mondo. Si tratta di punti di vista, o meglio, di messe a fuoco e primi piani. Piccolo vede il telefono sul tavolo, come tutti noi, ma, a differenza di molti di noi, distingue anche il tavolo sotto il telefono, e, cosa ancor più importante, tutto quello che c’è intorno.
È questo, l’effetto che mi fa ogni volta Piccolo, poco più che trentenne all’epoca della prima pubblicazione di Storie di primogeniti e figli unici. A primo acchito, la sua mi parrebbe una mano ottuagenaria, per quanto questo libro si rivela, man mano che lo si legge, pregno di fatti e di letteratura, attento e insieme fresco, vibrante e passionale, carnale – come si dice a Napoli, e forse anche a Caserta -, ma precisamente, profondamente meditato.
Con ciò voglio dire che Piccolo non solo sa scrivere – anzi sapeva già scrivere dieci anni fa –, ma sa anche cosa scrivere. E fa una scrittura che non è solo bella da leggere, che non è solo interessante, o affabulatoria, ma che possiede un fondo, un motore, quasi psico-filosofico. Non moralista, badate bene, ma cogitativo. In qualche modo, gli scritti di Piccolo insegnano a pensare, a guardare il dito e la luna, a rivalutare l’importanza dei gesti di tutti i giorni, a sentirsi alienati, oppure parte di una comunità, a riflettere sul passare delle stagioni, sia fisiche che mentali, a cercare ben oltre la facciata. Non solo al di sotto, ma anche al di sopra della superficie dell’acqua, fin su nel cielo. A non guardare solo la luna. Ma nemmeno soltanto il dito:
[…] tanto ormai si poteva dire tutto, e diceva tutto, ma pur continuando a guardare il poster, e nel poster quel dito, e la luna, anche la luna è chiaro, e più del dito per carità, pur non dovendo temere più nulla visto che aveva ormai a casa un gran numero di libri in una libreria che non riusciva più nemmeno a contenerli tutti […]
Il tutto, come si vede, raccontato con un lieve tocco umoristico indefessamente seminato per l’intera la raccolta, spruzzato sull’intero testo senza parsimonia, ma anche senza eccessi, come polvere magica sparpagliata in giro per il mondo dalla manina sapiente di Trilly, la Campanellino di Peter Pan. Perché tutti, ma proprio tutti, imparino a volare.
Ogni racconto della raccolta non è solo un racconto. Alcuni, come Dal lato della strada, La maglia numero undici, Santino, o Per terre assai lontane (si notino, inoltre, i titoli dei racconti, semplici, diretti, per certi versi elementari, titoli che costituiscono, secondo me, un altro pregio di questa raccolta, poiché svolgono esclusivamente la funzione che un titolo, per sua natura, per sua derivazione etimologica, deve svolgere, e cioè quella di dare un’idea del contenuto e della qualità di ciò che andiamo a leggere, e non altro), alcuni racconti, dicevo, possiedono chiaramente un doppio valore – quello letterario di raccontare una bella storia, una storia interessante, ben scritta, appassionata, coinvolgente; e quello metaforico, che ci permette di carpire, attraverso una scrittura per azioni, anche un senso più profondo, appunto metaforico, del tutto, in una sorta di indagine molto puntuale sulla vita. Altri racconti, come Il portiere del condominio, Ombrelli, Le estati del rancore, o Il lavoro che avrebbe voluto fare, possiedono invece un valore quasi esclusivamente allegorico. Cioè, a mio avviso, vogliono comunicare una sensazione, una specifica coscienza legata a una precisa stagione della vita, o a tutte, e, invece di farlo, come dire, mediante un discorso filologico, o filosofico, o sociologico, usano, appunto, un fatto esemplare, a partire dal quale poi sia il lettore stesso a decidere se intraprendere o meno il proprio percorso di indagine personale.
Voglio dire, per esempio, che in Ombrelli la storia raccontata è molto semplice. C’è un ragazzo del sud che, piovendo troppo poco nella sua città, dimentica con cocciuta sistematicità l’ombrello fuori casa. Poiché sua madre, puntualmente, lo ostracizza per questa sua terribile mancanza, un giorno il ragazzo – stremato dalla propria continua inettitudine, dai propri regolari fallimenti – decide di non usare mai più alcun ombrello e, nonostante odi la sensazione dei vestiti bagnati addosso, pure, per tutta la vita, da quel giorno in poi non ne fa uso mai più. Il brano fondamentale di questo racconto, a mio avviso, è il seguente:
E finalmente sentivo la rabbia, mi dicevo: la prossima volta. La prossima volta gliela farò vedere io. La prossima volta che piove – che poi era inutile fare propositi per la prossima volta. Succedeva che non pioveva per chissà quanto. E tra una volta e l’altra avevi il tempo di dimenticare i propositi, la rabbia, e cosa volevi fare la prossima volta. Avevi il tempo di dimenticare quanto ti eri bagnato.
E cioè. Nella vita, alcuni errori, anzi meglio alcune consuetudini, ci sono consone per natura, ci appartengono quasi per diritto di nascita. E nonostante ogni volta queste consuetudini, quando si tratta di errori socialmente riconosciuti, non ci facciano piacere; e nonostante queste consuetudini si mettano fra noi e la vita, ci infastidiscano talmente, pure, non possiamo fare altro che dire, la prossima volta sarà diverso. Ma la prossima volta non è mai diverso, perché siamo uomini, e tendiamo a dimenticare immediatamente anche le cose più terribili, e a volte è anche un bene, che le dimentichiamo, perché se facessimo tesoro, ogni volta, di tutto il male che ci accade, non vivremmo più, saremmo degli eterni paurosi, traumatizzati anche dal tuono e dalla pioggia. E allora, in un senso quasi pirandelliano, la questione dell’ombrello diventa un argomento enorme, un’indagine vera e propria sulla natura umana, una faccenda che il lettore può lasciare lì dov’è, tra pagina 77 e 89, oppure portarla con sé per la vita intera. E dico intera veramente, perché non c’è un giorno della nostra vita in cui non ci imbattiamo in questo nostro vivere inconsapevolmente, a volte irresponsabilmente, e comunque un po’ superficialmente dei precisi avvenimenti quotidiani. Questo accade a tutti, anche ai più precisi, anche ai più severi. Accade a tutti ma nessuno, o quasi nessuno, ci riflette su. Se invece, anche grazie a questo racconto, cominciamo a ragionarci, un poco tutti i giorni, chissà quali nuovi orizzonti ci sarà permesso di conoscere.
Poi c’è un racconto che, volutamente, non ho incluso nelle due liste appena stilate. Ed è un racconto che, prima di tutto, possiede un carattere particolare, ma, in più, ha un valore, secondo me, ancora più alto di tutti gli altri racconti. Ed è il racconto intitolato Quando il dito indica la luna, che non può non appassionarmi in prima persona, perché, tra l’altro, è anche un’intensa, dolcissima, devotissima dichiarazione d’amore alla lettura. E alla scrittura, naturalmente. E all’amore più in generale.
Si tratta di un racconto che apparentemente narra una storia d’amore tra un ragazzo e una ragazza, ma che, intimamente diremmo, paragona la scoperta del primo amore della vita alla scoperta dell’amore per la lettura. E l’amore per la lettura è così pieno, così totale, così tutto, che nel racconto in certi picchi tende a superare addirittura l’amore tra esseri umani.
Nonostante, anche per Piccolo “il primo amore non si scorda mai”. Nonostante Piccolo non sia assolutamente un essere insensibile o puramente intellettualistico, uno di quelli che dicono seri seri, No, no, per me solo la letteratura. La scrittura prima di tutto, gli esseri umani in secondo piano.
Assolutamente. La storia d’amore tra l’io narrante e la sua donna, Francesca, è infatti quanto di più appassionato si possa raccontare, ma si intreccia tanto bene con il desiderio, la seduzione, l’amore totale, l’amore sentimentale, sensuale, diremmo, per la scrittura, da diventare essa stessa un’altra delle caratteristiche del percorso di scoperta del piacere letterario.
Francesca è il simbolo della rivoluzione intellettuale degli anni Sessanta-Settanta, l’io narrante invece proviene da una famiglia popolare. Contemporaneamente, allora, l’io narrante si innamora dell’odore dei libri – da cui tutto prende inizio -, del mare di luce che investe la libreria di Francesca, e di Francesca stessa, della quale copia, imita, i gesti, le sottolineature, i gusti, per poi costruirsi una sua propria identità umana e letteraria. Anche qui, Piccolo dà un suggerimento. Poi è il lettore che deve decidere dove vuole andare, come vuole o non vuole seguire la storia d’amore tra il narratore e i libri, storia nascosta, intrecciata, con quella tra il narratore e Francesca. Se vuole o non vuole pensare anche dopo, dopo aver smesso di leggere questo libro, a quanto sia importante la letteratura nella vita. Se vuole usare tutti gli spunti di Piccolo, solo alcuni, oppure nessuno.
Come ho già detto in un’altra sede, secondo me la letteratura è proprio questo. Non dare il pesce ogni giorno a un uomo che non ha cibo. Ma insegnarli a pescare. E credo che Piccolo ce lo insegni veramente, non solo ora, che è uno scrittore maturo, ma anche dieci anni fa, quando aveva poco più di trent’anni. Questo è un altro dei motivi per i quali ho voluto parlare di Storie di primogeniti e figli unici. E cioè, dopo l’intervista di cui parlavo prima, nella quale ho analizzato lo squisito libretto di questo autore intitolato Scrivere è un tic, che, nella sua ristampa del 2006, lo stesso Piccolo definisce come lo spartiacque tra lo scrittore giovane e quello maturo, sono voluta andare alla ricerca del primo Piccolo, di quello, come dire, ancora in fasce. E vi ho trovato – in questa che per me era una rilettura – uno scrittore già bell’e fatto – come si dice -, uno scrittore bravo, un uomo interessante, profondo, e un ricercatore. Un umanista innamorato.
Non da ultimo, è interessante ancora analizzare la lingua di questa raccolta. Come si nota anche dai titoli dei singoli racconti, la lingua di Piccolo è una lingua, potremmo dire, quotidiana. Una lingua scevra da qualsivoglia cerebralismo, e che del vissuto, del parlato, si nutre a fondo. Piccolo, certamente, deve aver vissuto tanto, e con profondità, e anche con riflessione. Oppure no, forse Piccolo ha vissuto e basta, sicuramente con passione, ma, da un certo punto in poi, oltre che vivere, si è messo a riflettere. E, riflettendo, ha avuto la necessità di scrivere, perché le sue riflessioni sono qualcosa di nutrito, a lungo meditato. Del resto, è proprio lui a dire:
Io, per esempio, ho scritto fino intorno ai 30 anni senza aver mai fatto leggere niente a nessuno, perchè fino a quell’età ho pensato, Sto scrivendo delle cose che migliorano, ma che non sono ancora abbastanza buone. Quando, a un certo punto, ho scritto delle cose che mi sembravano buone – non è che avessi un’idea precisa di quanto fossero buone, però capivo che ero giunto a un buon punto –, ho pensato che potevo farle leggere a qualcuno. E questo, ecco, questa è l’unica cosa di cui uno scrittore si deve occupare. [iv]
Di conseguenza, se Piccolo, traducendo il suo vissuto, avesse voluto snaturarlo, avrebbe perso anche in credibilità. E invece, non solo nelle ambientazioni, nei paesi campani, nel sole a picco sui cortili polverosi, nella calura, nelle gerarchie umane, ritroviamo la prima sezione della vita di questo scrittore, e insieme la vita di noi tutti, ma anche nei protagonisti – che sono tutti maschi, più o meno giovani -, o nelle abitudini quotidiane – in molti racconti, per esempio, ricorre la figura dell’io narrante che gioca a calcio con gli amici nel parco, e che, se va via per troppo tempo, ha paura di essersi perso qualcosa di importante, ormai irrecuperabile -, o anche nel contesto storico-sociologico, e di costume, che viene a galla durante tutto il libro, contestualizzando perfettamente le storie, senza però affogarle mai in pesanti ricami storiografici. Ma, soprattutto, il vissuto viene fuori nelle stesse parole adoperate, nel ritmo letterario, nello stile, nell’anima – potremmo dire – della raccolta. Piccolo vive anche attraverso il linguaggio, e ci fa vivere unanimemente i suoi racconti anche attraverso lo stile. Uno stile diretto, ricercato ma non falsato, ironico e malinconico, meridionale e universale, uno stile particolare, profondamente suo.
Questo, a mio avviso, ci aiuta molto a sentirci dentro le sue storie, nelle quali non mancano anche dialettisimi là dov’è giusto che ci siano. Questo ci aiuta a sentire le grida dei ragazzini che giocano a pallone, la rabbia contro l’allenatore che li ha molestati, l’amore che nasce, che germoglia veramente, nella camera di Francesca, tra i noiosi libri di scuola, e quelli meravigliosi di lettura, il rimpianto per certe estati della fanciullezza, la nostalgia di quando si tornava a casa, di notte, con un padre solitamente austero, che si faceva amico in quel piccolo tragitto. Ed è mio padre, ed è anche la mia storia.
E, soprattutto, non c’è bisogno che siamo uguali a Piccolo per sentirci completamente presi dalla sua scrittura. Per esempio, in Le estati del rancore, l’autore scrive:
Poi, naturalmente, diventammo estranei prima di diventare ostili.
Bene. Io, per natura, vivo sempre i rapporti estremizzandoli. Quindi, naturalmente, divento ostile prima di diventare estranea. Questa è sicuramente un’enorme differenza di approccio alla vita tra me e Piccolo, qualcosa che avrebbe potuto allontanarmi dai suoi scritti, come sbalzarmi al di fuori del racconto. E invece no. Nonostante questa grossa differenza, quanto mi sono ritrovata in questo racconto della perdita dell’infanzia! Poiché lo scrittore non solo ci ha raccontato la sua storia, ma ci ha permesso anche, meditante veri e propri virtuosissimi letterari, di indagare, contemporaneamente alla lettura, sul nostro proprio modo di vivere quella stessa esperienza, quello stesso sentimento.
E così, Piccolo racconta tutte le fini dell’infanzia, in un solo brano, molto significativo:
Chiesi a tuo padre se potevo dare una mano, e c’incontrammo per le scale: tu scendevi saltando i gradini, con la testa bassa come ogni volta che eri arrabbiato, io salivo trascinandomi dietro il peso di un tavolino pieghevole. Ci avevano incastrati, l’impunità di quando eravamo bambini era finita all’improvviso.
E così, Piccolo racconta tutti i vuoti allo stomaco di una certa fase dell’innamoramento, o meglio dell’infatuazione:
[…] e poi la sera quando ci salutava dicendo che doveva tornare in albergo perché era ora di cena, sentivo che si portava via tutta la serata, tutto il resto del tempo, e io cosa avrei fatto fino al giorno dopo; restavo seduto sul muretto, triste e svuotato di ogni energia, non parlavo più, aspettavo che finalmente si tornasse a casa, così il giorno dopo sarei arrivato presto.
Per ultimo, vorrei soffermarmi un attimo sulla figura del narratore. Che si tratti di un io narrante o di un narratore in terza persona, che abbia nella maggioranza dei racconti non meno di una decina d’anni e non più di una trentina, e nonostante sia sempre un narratore al maschile, intuiamo facilmente che la superficie non è l’interno. Allo stesso tempo, infatti, il narratore è sempre la medesima persona, con la sua intima coerenza – in quanto, appunto, riflette a fondo sulle cose –, ma è anche un mucchio, un mare di persone differenti. Ancora, unanimi. Uomo, donna, bambino e adulto, bello e brutto, sapiente e ignorante, amante delle donne o amante della letteratura, il narratore di Piccolo è veramente un “uno, nessuno, centomila” dell’umanità.
Così, d’un tratto, succede una magia. E alla fine, siamo noi stessi a raccontare.
Nota bio-bibliografica
Francesco Piccolo è nato a Caserta nel 1964. Vive e lavora a Roma. Ha pubblicato Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori (1994, edizioni minimum fax, da poco ristampato); Storie di primogeniti e figli unici (1996), E se c’ero, dormivo (1998), Il tempo imperfetto (2000), Allegro occidentale (2003), tutti editi da Feltrinelli. Collabora con vari quotidiani e riviste. Per il cinema ha scritto film di Virzì, De Maria, Placido, Soldini e Moretti, oltre ad aver collaborato alla sceneggiatura de L'Orchestra di Piazza Vittorio.
Filmografia
2001 – My name is Tanino (regia Paolo Virzì)
2001 – Nemmeno in un sogno (regia Gianluca Greco)
2001 – Paz! (regia Renato De Maria)
2003 – Agata e la tempesta (regia Silvio Soldini)
2004 – Ovunque sei (regia Michele Placido)
2006 – Il caimano (regia Nanni Moretti, sceneggiatura Federica Pontremoli, Francesco Piccolo, Nanni Moretti)
Francesco Piccolo su internet
http://www.feltrinelli.it/SchedaAutore?id_autore=162029
http://www.railibro.rai.it/interviste.asp?id=231
http://www.festivaletteratura.it/2003/schedaautore2003.php?autid=26&ed=2003
http://www.festivaletteratura.it/2003/schedaautore2003.php?autid=26&ed=2003
http://www.minimumfax.com/persona.asp?personaID=74
http://scritture.blog.kataweb.it/francescamazzucato/2006/10/intervista_escl_2.html, intervista a Francesco Piccolo, di Antonella Lattanzi http://www.factory.splinder.com
[i] Feltrinelli, 2000
[ii] Feltrinelli, 2003
[iii] Vedi mia intervista a Piccolo, apparsa su Books and other sorrows il 4 ottobre 2006: http://scritture.blog.kataweb.it/francescamazzucato/2006/10/intervista_escl_2.html
[iv] http://scritture.blog.kataweb.it/francescamazzucato/2006/10/intervista_escl_2.html
Consigli di lettura - "Altri libertini" di Pier Vittorio Tondelli

Altri libertini – Quando il Romanzo esplode le porte della Torre d’avorio
di Antonella Lattanzi
Altri libertini
Feltrinelli 2005
pp. 163
euro 10
Sei, gli episodi che compongono Altri libertini, libro-esordio di Pier Vittorio Tondelli, uomo, scrittore, operatore e promotore culturale, amico dei lettori e dei giovani in primo luogo. Sei i racconti che, in realtà, oltre che come singole scene, singoli quadri di un dramma allestito sul palcoscenico della Letteratura (quella con la elle maiuscola) e della Realtà, si propongono come microtesti di un unico romanzo. Tessere di un puzzle doloroso, pulsante come il sangue di Bibo, povero diavolo del primo racconto, che sprizza e succhia nella siringa guadagnata con sudore.
Scrive Tondelli che, prima di Altri libertini, pubblicato per la prima volta nel 1980 per Feltrinelli (quando Pier Vittorio aveva venticinque anni), c’era un romanzo, mai pubblicato. Erano gli anni in cui PVT – come lo chiamano in tanti –, trasferitosi dalla natia Correggio, frequentava i “mitici” corsi del Dams a Bologna, al cospetto di grandi della letteratura e della sociologia come Umberto Eco, e con Andrea Pazienza e Francesca Alinovi per compagni, amici, critici. E’ allora in questo clima da enorme, magmatico laboratorio di scrittura che, intorno al 1978, Tondelli porta il suo primo romanzo in lettura ad Aldo Tagliaferri, insieme a Francois Wahl delle Edizioni Seuil di Parigi (colui che pubblicherà, tra l’altro, l’edizione francese di Pao Pao e molto altro), punto di riferimento letterario di tutta la sua vita. Tagliaferri, comunque, rifiuta il romanzo di Tondelli, o meglio lo aiuta, in lunghe notti di lavoro, a riscriverlo e modificarlo (la riscrittura, il taglio, il cesello, sono le necessità letterarie che Tondelli stesso riconosce di aver imparato grazie al grande Tagliaferri), ristrutturarlo, per cavarne qualcosa di veramente letterario: Altri libertini, appunto. Scrive in merito Tondelli:
Ho sempre scritto, da quando avevo sedici anni... Per me il fatto di scrivere è sempre stato legato al sogno, al desiderio. Quel primo testo - il dattiloscritto che ha preceduto Altri libertini - molte pagine, un linguaggio ricercato, con anche delle pretese strutturali notevoli, inviato alla casa editrice Feltrinelli, rivisto col senno di poi, diventa una questione molto personale, non pubblicabile, forse proprio per questo motivo. È un inventario dei desideri di una persona di diciotto-diciannove anni, con tutto ciò che può esserci in una vita di provincia. Ogni cosa, in quel tipo di vita, risultava molto controllata, socialmente, a livello familiare .
Tra il 1979 e il 1980, Tondelli scrive, quindi, i racconti di Altri libertini, composti “in modo che ciascuno di essi, pur costituendo una unità a sè, confluisse in un romanzo sostanzialmente unitario che - dice l'autore - «è quello della mia terra e dei nostri miti generazionali»” . Appena pubblicato (siamo nel gennaio del 1980), Altri libertini riscuote un successo enorme, di critica e di pubblico. Ma le autorità giudiziarie lo sequestrano a soli venti giorni dalla sua apparizione in libreria, quando si era già alla terza edizione. Nel 1981, a Mondovì, in provincia di Cuneo, si celebra il processo al libro di Tondelli, processo che termina con un’assoluzione con formula piena. Ma Tondelli, ormai, non è più il ragazzo di provincia, sconosciuto e sperduto, ragazzone alto più di un metro e ottanta timido e schivo. O meglio, ragazzone timido lo sarà sempre, ed è proprio così che lo vedranno i giornalisti in occasione, per esempio, di una delle svariate presentazioni di Rimini, suo terzo romanzo, anche quello – erroneamente interpretato come un facile, vuoto bestseller da spiaggia – portatore di un successo di pubblico senza precedenti. Timido e ragazzone Tondelli rimarrà sempre, ma non sconosciuto, e tanto meno misconosciuto. Altri libertini, ripubblicato nel 2005 da Feltrinelli con la copertina originale in occasione del cinquantesimo anniversario della nascita della casa editrice (insieme a capolavori come L’amante di Marguerite Duras), è davvero il nucleo generativo di un’esperienza – quella della scrittura tondelliana e della sua eco sulla letteratura italiana – che ancora oggi non ha fine.
Ma di cosa parla Altri libertini?
Come dicevo, sono sei racconti. Scritti in prima o in terza persona, tutti presentano un narratore interno, confuso nel mucchio dei personaggi, protagonista delle storie o ascoltatore e “registratore” delle stesse. Un narratore che racconta, e vive, la gioventù emiliana – ma in generale europea – di fine anni Settanta-inizio anni Ottanta. Si tratta di una gioventù ancora profondamente politicizzata – come si vede, per esempio, in Mimi e istrioni, in cui si racconta l’esperienza delle radio libere, e in particolare di un gruppo di femministe alle prese con l’“impegno” – ma che, inesorabilmente, comincia anche, spesso in maniera inconscia, a rendere molto meno centrale l’esperienza politica, a viverla in modo sicuramente più marginale. Per lo più perché ne è delusa. Si racconta di droga, come nel primo, meravigliosissimo, racconto, Postoristoro, in cui si dipinge dal di dentro una marginalità sofferta, struggente, disperata, ma anche così calda, così innamorata, così umana. Si racconta di malavita meridionale “esportata al nord”, di viaggi in interrail che sono viaggi del corpo, dell’anima, delle sostanze stupefacenti, e soprattutto viaggi dell’io – che da giovane e inesperto e felice e speranzoso diventa d’un colpo vecchio e disilluso. Si narra dell’autobah, che dalla Via Emilia porta nel cuore dell’Europa – la stessa Via Emilia raccontata negli stessi anni da Guccini. Si narra dell’esperienza omosessuale – uno degli altri punti duri, topoi neri di Tondelli, che per la sua omosessualità fu, spesso, discriminato, ma che dell’omosessualità non fece mai una bandiera, e nemmeno un modo di vivere, ma solo un suo attributo, una sua qualità come un’altra.
Si narra – in questo Buildunsgroman dalle tinte appassionate e disperate come certi tramonti – quello che lo stesso Tondelli definisce un mondo generazionale, un mondo generazionale che però, se si considera l’eco che lo scrittore correggese ha ancora oggi, in Italia e all’estero, non si richiude, a riccio, su se stesso, ma si fa luogo letterario e, ampliando i propri confini a macchia d’olio, allargandosi come i cerchi che fa un sassolino tuffato nell’acqua, in maniera sempre più totale, onnicomprensiva, riesce a raccontare, quasi come un miracolo, anche la gioventù di oggi. Oggi che, nel 2007, i giovani di certo non sono più politicizzati, non sono più così amalgamati con l’Europa e col mondo – a dispetto della globalizzazione -, ma vivono spesso soli e alienati da sé e dal mondo, esperimentando sulla propria pelle ogni tipo di isolamento, di abbandono e di scissione; oggi che l’omosessualità non è più un tabù, ma per certi versi una moda; oggi che nessuno vuol più sentire parlare di eroina, perché se un tempo, al tempo di Pazienza e di Tondelli, faceva figo girare per Bologna con la siringa nel taschino (come racconta il grande Scozzari nel suo meraviglioso Prima pagare poi ricordare), oggi i tossici sono o delle entità sociologiche da “salvare”, oggetto di disquisizioni e dibattiti in tv e sui quotidiani, oppure, quando sono veri, di carne e di sangue, sono soltanto dei soggetti fastidiosi, da eliminare, da far sparire, il prima possibile. Oggi che all’oscenità non c’è più fine, oggi che ci fa sorridere un processo pensato ai danni di un libro come Altri libertini. Fatto sta che l’eco c’è, si sente, e non ha nessuna intenzione di spegnersi. Fortunatamente.
Costruito su uno stile franto e sovversivo, atto a scardinare tutti i canoni della letteratura di ogni tempo, edificato su una sorta di lungo stream of consciousness narrativo – che mescoli il discorso diretto con quello indiretto, con quello indiretto libero -, ricco di particolari, di dettagli, di descrizioni della fauna urbana e della fauna provinciale italiana – in particolare dell’Emilia, luogo eletto della nascita di nuove lingue, nuove letterature, soprattutto tra gli anni Ottanta e i Novanta, ma ancora oggi –, Altri libertini è il manifesto involontario di una nuova stagione della letteratura italiana. Una stagione che, mescolandosi col minimalismo americano, deflagrando gli argini che avevano sempre separato la letteratura dalle altre arti (come la musica, il cinema, la moda), creando dal nulla la fusione letteraria di diversi codici e subcodici, studiando quello che Tondelli definisce il sound – non sono della musica, ma anche delle parlate della gente -, facendo reagire un linguaggio levigato, ricercato, letterario, cesellato, con una lingua bassa, quotidiana – il gergo giovanile -, immette di botto il postmodernismo nella letteratura italiana, in qualche modo oltraggiando le grandi cariatidi delle conchiuse caste letterarie.
E’ con Tondelli che – da Altri libertini al progetto Under 25, alla collana Mouse to Mouse, a Panta – lavora non solo per sé ma per insegnare ai giovani l’amore per la scrittura e la letteratura, è con Tondelli, nemico dei “tuttologi” e di quelli che della letteratura fanno una fredda “professione” e non un “mestiere” da artigiano, come faceva lui, è con Tondelli, che dalle pagine di Linus e perfino di Annabella chiama i giovani alle armi dell’arte contaminata e poliforme, è con Tondelli, il grande coraggioso e il grande timido, che il conchiuso mercato editoriale italiano si apre alla scrittura dei giovani, alle contaminazioni, alle nuove voci, alle nuove scritture. È, questa, una strada ancora aperta, che costituirà la spinta per moltissimi esordienti degli anni Ottanta-Novanta – tra cui Ballestra, Santacroce, Veronesi, Nori, Nove, Brizzi, Ammaniti e molti altri – e che, tutta compresa e inzuppata della scrittura “emotivo-emozionale” di Tondelli, non smetterà di cercarsi e di rinnovarsi, di mettersi in discussione e di perseguire nuovi ideali, nuovi fini: una vera e propria rivoluzione letteraria, nata a partire da un piccolo libro di un piccolo autore di provincia.
Una rivoluzione certo non indolore. Una rivoluzione della penna e della carta, assolutamente non politica, ma sociale, che porterà lo stesso Tondelli, dal primo processo per oscenità, a riflettere, molto spesso, non solo sulla scrittura e sulla letteratura, ma anche sulla nuova funzione degli intellettuali nella società italiana. Su qual è, se c’è, il loro modo di insegnare ai giovani.
"Poesia ventott'anni" di Antonella Lattanzi
certe volte quando finiva di fare l'amore si sentiva come se le avessero tolto qualcosa
come se non ha più voglia di parlare
come se ha voglia di piangere.
"Poesia dieci – come le mani delle madri" di Antonella Lattanzi
Mia madre che ride.
Mamma, ti prego, ridi.
Mi piace come crolli la testa indietro.
Mi piace come ti tieni la pancia piatta.
Mi piace il rumore che fai.
I tuoi capelli.
I tuoi seni.
Mia madre e io che ci divertiamo
insieme
da sole io e te.
Da sole.
Ma che fai?
è mia madre,
e io ho di nuovo dieci anni.
Mi viene da piangere,
da quanto tempo
da quanto
da troppo
vorrei avere dieci anni.
Da quanto
da troppo
vorrei che mia madre mi chiedesse che cosa faccio
mi dicesse che non si fa
quello che faccio.
Lo aspettavo da sempre.
Mia madre mi stringe la mano tanto forte che diventa bianca,
la mano,
ma non vuole farmi del male e allora,
quando se ne accorge,
allenta la presa,
mentre mi fissa il sole negli occhi.
Mamma,
non avere paura di ferirmi o di procurami dolore
mai:
la mia vita è quando ci sei.
Anche il dolore è un segno di vicinanza, di sopravvivenza,
se non ti avessi più
mi mancherebbe anche quello.
Mamma,
come sarò, da grande?
quand'è che si capisce se si è grandi o piccoli
se si sta per morire.
Credimi – dice la mamma.
Ti credo.
Ogni momento della mia vita io
credo soltanto a te mamma.
La mia madre è religiosa,
eppure non è di casa.
Mamma, ma la mia vita non era un pomeriggio primaverile fresco le ombre il sole gli alberi le paperelle?
E allora perché.
Un corpo di freddo.
Mia madre ha passi come ticchettare di orologi,
come corde appena solleticate.
E poi,
una nota stonata:
lei,
in certi particolari,
slitta e devia,
si contorce e ritorna sul posto,
gira su se stessa,
in volute fragranze.
Sempre la stessa fragranza,
l'odore di mia madre.
Come una trottola,
come un cane,
mia madre esita,
si ferma,
pondera,
riprende il proprio regolare ticchettio.
Lo stato d'animo della donna che mi ha fatto.
Mia madre è una bimba mia madre
Soffre
e mi fa soffrire.
Ma non importa.
Non importa mai più.
Basta che sia
una lacrima.
